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C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel rapporto che lo Stato italiano ha con i carburanti: da una parte si invita il cittadino a lavorare, a produrre, a spostarsi, a tenere in piedi un’economia che vive anche grazie alla mobilità di milioni di persone; dall’altra però, ogni volta che un automobilista si ferma a fare rifornimento, scopre che una fetta importante di ciò che sta pagando non riguarda benzina o diesel, ma il peso della fiscalità che grava su quei prodotti.
Per chi vive nelle grandi città e può contare su una rete efficiente di mezzi pubblici l’automobile rappresenta magari una scelta, ma per quei milioni di italiani che abitano nelle periferie, nei piccoli comuni o nelle aree interne l’auto è semplicemente indispensabile: serve per raggiungere il posto di lavoro, accompagnare i figli a scuola, andare dal medico, assistere un familiare anziano o svolgere le normali attività quotidiane; eppure, proprio un bene così essenziale continua a essere considerato una delle fonti di gettito più affidabili per le casse dello Stato.

Ogni volta che il prezzo del petrolio aumenta la politica torna a parlare di accise: promette interventi, annuncia riduzioni e lascia intendere che presto il costo del pieno diminuirà; poi passano i mesi, si susseguono i decreti, e alla fine gli italiani continuano a osservare il display della pompa che corre veloce, mentre il serbatoio sembra riempirsi sempre meno.
La sensazione diffusa è quella di assistere a una rappresentazione che si ripete ciclicamente: grandi annunci quando il prezzo sale, qualche intervento temporaneo, e infine il ritorno alla normalità.
Una normalità che, però, ha un costo sempre più difficile da sostenere.
Le accise: una storia lunga quasi un secolo
Quando si parla di benzina, la parola che torna più spesso è sempre la stessa: accise. È diventata quasi un simbolo, il bersaglio preferito di ogni discussione sul caro carburanti: ma che cosa sono davvero queste accise?
Nel corso dei decenni, numerosi governi hanno introdotto imposte sul carburante per finanziare emergenze, calamità naturali, missioni militari o altre esigenze straordinarie di finanza pubblica: molti cittadini sono convinti che ciascuna di quelle imposte venga ancora riscossa separatamente, come se ogni pieno servisse ancora oggi a finanziare eventi accaduti decine di anni fa.

Dal punto di vista tecnico, però, la situazione è diversa: quelle imposte sono state progressivamente modificate, accorpate e incorporate nell’attuale accisa sui carburanti.
Non esiste più una voce distinta dedicata alla guerra d’Etiopia o al Vajont, ma sarebbe sbagliato sostenere che quella storia non abbia lasciato traccia: l’attuale livello dell’accisa è infatti il risultato di un lungo processo di stratificazione normativa, nel quale aumenti introdotti come temporanei sono stati spesso mantenuti, rimodulati o assorbiti nella disciplina successiva.
Ecco alcuni dei principali interventi che nel corso dei decenni hanno contribuito alla formazione dell’attuale – pesante – accisa sui carburanti:
- Guerra d’Etiopia (1935-1936)
- Crisi di Suez (1956)
- Disastro del Vajont (1963)
- Alluvione di Firenze (1966)
- Terremoto del Belice (1968)
- Terremoto del Friuli (1976)
- Terremoto dell’Irpinia (1980)
- Missione militare italiana in Libano (1983)
- Missioni internazionali nei Balcani (1996)
- Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004)
- Acquisto di autobus ecologici (2005)
- Terremoto dell’Aquila (2009)
- Emergenza migratoria post crisi libica (2011)
Al di là delle singole norme, delle date e delle motivazioni che le hanno generate, il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: nel corso di quasi un secolo il carburante è diventato uno dei beni più tassati in Italia, e ogni pieno continua a ricordarci quanto sia facile introdurre un’imposta e quanto sia “difficile” eliminarla…
Ed è proprio questo l’aspetto che continua a suscitare perplessità: ogni emergenza sembra trovare una risposta immediata nella fiscalità, ma quasi mai accade il contrario. Quando l’emergenza termina, il prelievo resta: così, anno dopo anno, il carburante è diventato uno dei beni maggiormente tassati del Paese.
Il paradosso della tassa sulla tassa
Se tutto questo non bastasse, esiste un altro elemento che rende il sistema ancora più difficile da comprendere agli occhi dei cittadini: sul prezzo del carburante infatti non si applica soltanto l’accisa ma anche l’IVA; e l’IVA viene calcolata sull’intero importo pagato dal consumatore, comprendendo quindi anche l’accisa già applicata.
In termini pratici significa che una parte dell’imposta diventa, a sua volta, base imponibile per un’altra imposta: è un meccanismo previsto dalla normativa fiscale e perfettamente legittimo, ma che continua a essere percepito come un evidente paradosso; perché al cittadino interessa relativamente poco la definizione giuridica dell’operazione, ciò che vede è che una quota rilevante del prezzo finale è composta da tasse sulle quali viene applicata un’ulteriore tassa.

Il risultato è che ogni aumento del prezzo industriale del carburante produce automaticamente anche un incremento del gettito IVA: in altre parole, quando benzina e diesel costano di più, aumenta anche l’incasso fiscale dello Stato.
È difficile spiegare questo meccanismo a un artigiano che percorre migliaia di chilometri all’anno, a un rappresentante, a un infermiere che lavora su turni o a una famiglia che vive lontano dai grandi centri urbani: per tutti loro il carburante non è un bene opzionale, ma una necessità.
E tassare pesantemente una necessità significa incidere direttamente sul costo della vita.
Il problema inoltre non si ferma al distributore: quando aumentano i carburanti crescono i costi del trasporto delle merci, della logistica e della distribuzione; di conseguenza rincarano anche i prezzi di moltissimi beni di consumo.

Alla fine, quindi, il pieno non lo paga soltanto chi guida: lo paghiamo tutti, ogni volta che acquistiamo un prodotto o un servizio.
La vera domanda che la politica continua a rinviare
Il dibattito pubblico si concentra spesso sull’andamento del petrolio, sulle crisi internazionali o sulle tensioni geopolitiche: sono fattori importanti, naturalmente, ma esiste una componente del prezzo dei carburanti che dipende esclusivamente dalle decisioni dello Stato.
Ed è qui che dovrebbe aprirsi una riflessione seria.
Ha ancora senso mantenere una pressione fiscale così elevata su un bene indispensabile per milioni di persone? È davvero coerente parlare di sostegno alle famiglie, di rilancio delle imprese e di tutela del potere d’acquisto, continuando nello stesso tempo a considerare il carburante come uno dei principali strumenti di gettito fiscale?
Nessuno sostiene che le imposte debbano sparire dall’oggi al domani: sarebbe irrealistico e probabilmente insostenibile per i conti pubblici, ma proprio per questo sarebbe auspicabile una discussione trasparente, lontana dagli slogan e dalle promesse elettorali; i cittadini hanno il diritto di sapere quanto stanno pagando di tasse e perché, e anche quale percorso concreto esiste per rendere questo sistema più equo.
Perché il vero problema non è soltanto il prezzo della benzina, ma essersi abituati a considerare inevitabile un livello di tassazione che, anno dopo anno, ha trasformato il pieno di carburante in una delle spese più pesanti per milioni di famiglie italiane: e quando una situazione diventa così abituale da non fare più notizia, forse è proprio quello il momento in cui dovrebbe tornare al centro del dibattito pubblico.
SENEX
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